STORIA DI UNA KARATEKA
STORIA DI UNA KARATEKA
Di Maria Giulia Cotini
Mi chiamo Maria Giulia Cotini e sono cintura marrone di Karate.
La nascita prematura mi ha causato la tetraparesi spastica: non cammino, ho problemi di manualità, e deficit visivo e uditivo.
Anche se non esistono categorie di karate per disabili, pratico questo sport da undici anni e vorrei raccontare la mia esperienza in questo cammino.
Questa è la prima volta che parlo in pubblico di karate, la prima occasione di esporre e confrontare con altri le mie idee. Anche di questo devo ringraziare il M°Lorenzetti, Presidente dellU.K.I.D.A. lunico, a parte i miei Maestri, che mi abbia dato la sua fiducia e permesso di esprimermi.
- PRIMI ALLENAMENTI
Da piccola, quando giocavo, non avevo troppi problemi legati alla disabilità, poichè stando in ginocchio potevo muovermi per terra, camminare carponi, strisciare, rotolare, fare capriole.
Giocavo sempre coi miei cugini, che facevano giochi di movimento come il calcio: io soffrivo tantissimo per il fatto di poter soltanto guardare, e cercavo dintervenire come potevo. Sentivo un gran bisogno di essere come gli altri bambini, di fare le stesse cose, senza accontentarmi di guardare ma cercando un minimo dinterazione.
A dieci anni, volli anchio praticare uno sport: un po per imitazione e per la passione che mispiravano i cartoni animati, scelsi il karate. Sapevo perfettamente di essere una bambina un po speciale, che non corre e non salta, ma amavo le arti marziali. Sapevo anche che era praticamente impossibile che un maestro mi accettasse, ma pensavo che se avevo trovato un modo per giocare coi cugini, avrei potuto fare anche karate.
Con mia grande gioia, il M° Lorenzo Calzola mi accettò come allieva. Egli sapeva benissimo che avrei fatto progressi, se ve ne fossero stati, estremamente lenti.
Pur non avendo mai avuto come allievo un bambino disabile, Lorenzo mi accolse con tanta serenità e sicurezza da far pensare che avesse chissà quanta esperienza. Anni dopo mi confessò che, vedendomi, aveva pensato: << Come farò a comportarmi con questa bambina? Se fossi suo padre come vorrei che il suo maestro si comportasse con lei?>> Così aveva trovato il modo di comportarsi: come un padre. Mi trattò sempre al pari degli altri ragazzi, senza pietismi, cercando di mettermi a parte di ogni esercizio o gioco si facesse in palestra, adattandolo alle mie esigenze.
Se il mio maestro mi avesse semplicemente fatto entrare in palestra e poi mi avesse lasciato in un angolo, avrei smesso alla prima lezione. Egli invece non perdeva occasione di andare da me a tirarmi i piedi, farmi il solletico e trascinarmi in zuffe giocose.
Non avevamo il tatami e mi allenavo su un tappeto per saltare, in tuta, perché nessuno sapeva se avrei continuato. Mi tremavano le mani mentre eseguivo le tecniche a mano aperta, la coordinazione era scarsa e stentavo persino a tenere la posizione di guardia, ma amavo troppo la fatica che facevo.
Era una vittoria davvero mia, ottenuta soprattutto senza attrezzi ortopedici, nè fisioterapia, ne medici. La palestra era lunico ambiente in cui nessuno mi costringeva a esercizi sterili, e ascoltavo molto di più il maestro che il fisioterapista.
Un altro motivo per amare il karate era che potevo lavorare tranquillamente con ragazzi normali senza alcun problema, trovando con loro una vera interazione, non certo un pallido surrogato del gioco o dellesercizio.
Non andavo in palestra per una terapia-orrore, ne facevo anche troppa!- ma per fare karate, nientaltro che karate!
In ginocchio mi muovevo con una certa agilità, facendo ogni cosa da sola, senza limpaccio della carrozzina o delle stampelle, da me considerate palle al piede. Potevo fare tutto quello che facevano gli altri, adattando alle mie esigenze i normali esercizi di riscaldamento e le normali tecniche di braccia e mani.
Molto lentamente, poco a poco, smisi di cadere sulle tecniche di pugno, smisi di tremare mentre eseguivo la parata, e imparai a controllare il respiro.
Il maestro mi faceva lavorare tantissimo coi compagni, a turno, su tecniche e scambi. Era un ottimo esercizio per la coordinazione e il controllo, e anche per imparare ad avere pazienza con un corpo che rifiutava di obbedire.Il lavoro sulla tecnica (kihon), era lento e graduale, movimentato da leggeri combattimenti giocosi. Anche lo scambio di tecniche aiutava molto linterazione coi compagni, perché tra un colpo e laltro parlavamo del più e del meno, cosa non sempre possibile in altri ambiti come la scuola e la fisioterapia.
Il kumite (combattimento) era adattato per due contendenti in ginocchio, per gioco, ed era un ottimo sistema per sfruttare e ottimizzare le capacità residue, per spingere a giocare e a rapportarsi col compagno. Venivano usate le più semplici tecniche di pugno e parata, a contatto lievissimo, ed era poco più che uno scambio rapido di tecniche.
Allepoca non mi veniva insegnato il kata (combattimento figurato), che pure eseguivo in gruppo e di cui conoscevo tecniche e applicazioni, che vedevo eseguire da maestro e compagni. Il bello era che mi sentivo, per la prima volta, assolutamente uguale ai miei compagni: lavoravo in ginocchio, ma usavo le stesse tecniche
Ascoltavo gli altri ragazzi raccontare di gare, di scuola e di film, e anche quello era un modo per rimediare alla mancanza desperienza.
Proprio questo prender parte, in un modo o nellaltro, ad ogni attività proposta, favorì lo scambio coi compagni. Da un lato cera il gioco assoluto del combattimento, dallaltra lo studio della tecnica, che favoriva la conoscenza delle proprie possibilità fisiche e dei propri limiti.
Il mio sogno era di prendere la cintura gialla, ai miei occhi traguardo fantastico e irrealizzabile.
Il mio maestro mi diceva sempre: << Non importa quanto tempo ci metti a imparare e provare, limportante è che tu voglia proseguire per te stessa, perché ti piace farlo e ti piace stare con noi.>>
Mi lasciava fare gli esami al pari degli altri, ma sapeva anche trattenermi se sognavo troppo.
Dopo due anni ottenni la cintura gialla: era per me come un kimono doro, il coronamento di un sogno, la prima vittoria ottenuta a dispetto di un corpo che finora aveva causato solo sofferenza.
Poco tempo dopo venni operata alle ginocchia, e per tre anni non potei più allenarmi.
- LA RICERCA DEL METODO
Dopo tre anni di assenza, a quindici anni, ero molto meno agile di prima. Cuore e polmoni non serano sviluppati per limmobilità, e lipotonia muscolare mi ingoffiva e indolenziva a ogni movimento, ma almeno potevo tornare a muovermi sul tatami.
Non ero però lallegra scimmiotta imitatrice duna volta. Ora cercavo il metodo.
Volevo migliorare la coordinazione, ampliare il bagaglio tecnico, imparare il kata e riappropriarmi di tutta lesperienza che non avevo potuto fare.
Non credevo che la mia tecnica potesse migliorare, tantero goffa e scoordinata, ma il mio maestro mi incoraggiava sempre, facendomi notare che col tempo e il lavoro avvenivano piccolissimi miglioramenti, dei quali minsegnò ad essere fiera, senza smettere mai dincoraggiarmi con lesempio e laffetto: mi controllava e correggeva sempre e appena possibile minsegnava nuove tecniche.
Cominciò lo studio del kata: un lavoro terribilmente duro e altrettanto benefico. Per imparare passo per passo la sequenza di tecniche bisogna lavorare prima sul riscaldamento poi su ogni singola sequenza, lentamente, finche il corpo non si decide a ubbidire e si elimina la goffaggine. E un procedimento estremamente lento e faticoso, ma da risultati eccellenti nel recupero della coordinazione e della motricità fine.
Non è facile imparare un kata e avere la pazienza di ripeterlo con movimenti goffi che solo lavorando molto si aggraziano e si fanno puliti e decisi, ma è proprio la possibilità del miglioramento, pur così duro da raggiungere, che mi spinge a continuare.
Allinizio si avverte tutta la tensione muscolare, che pian piano si scioglie lasciando il passo a un movimento pulito, preciso e potente.
Il kumite era rimasto un gioco, e lo è ancora: serve soprattutto a dimostrare, nel modo più giocoso, che un disabile non è una bambola di coccio. Non sopportavo quando lavversario fingeva di perdere per paura di farmi male: pretendevo che, pur senza farsi male, si combattesse senza mai risparmiarsi, in assoluta parità. Dopo un po, quando i ragazzi saccorgevano che anchio potevo tenergli testa, mi trattavano come una di loro, senza alcun pietismo.
Se attaccata paro, schivo rotolando e mi alzo di nuovo a guardare in faccia lavversario finche non porto il colpo a segno. Lo scopo non è tanto la vittoria ma la resistenza, il non arrendersi senza combattere. Combatto tuttora con avversari molto superiori per peso e grado, con ogni tecnica, a contatto lievissimo, dove contano solo coordinazione e velocità, e dovè possibile sfruttare al meglio ogni risorsa senza farsi male.
Al liceo non cera tempo di allenarsi a causa dello studio, ma ogni volta che potevo scappavo in palestra, segnavo una nuova sequenza del kata su un quaderno e a casa lo ripassavo stando in ginocchio sul letto dei miei genitori. Cercavo di sfruttare al massimo il poco tempo a mia disposizione, e per preparare gli esami di cintura certe volte mi sono rovinata i calzoni a furia di ripassare il kata sul tappeto. Facevo tantissima fatica durante pochi allenamenti e i progressi erano terribilmente piccoli, ma riuscivo ogni estate a fare gli esami e a passare di mezzo grado. Un altro passo avanti, un altro piccolo miglioramento. Ma quanta fatica!
Ero stufa di amare alla follia uno sport che non avevo tempo di praticare, senza possibilità di fare altro che pochi sudatissimi allenamenti.
A impedirmi di mollare tutto erano due fattori: il primo i miei compagni, che adoravo. Paradossalmente, attraverso il karate mi ero integrata molto più sul tatami che a scuola.
Può esserci molto più calore umano sul tatami che fra i banchi.
Credo che questa integrazione sia avvenuta per diversi motivi: primo, avevamo cambiato palestra e avevamo un tatami vero (non un materassino) sul quale potevo spostarmi per tutta la sala e parlare con chi volevo. Secondo, eravamo cresciuti insieme, ci conoscevamo bene, e tutti perseguivamo lo stesso scopo, il karate. Facevamo insieme le stesse attività, e tra un combattimento e un commento sulla scuola, eravamo diventati una squadra.
Il nostro rapporto si costruiva intorno a unattività ludica, cosa difficilmente fattibile a scuola, e infine il mio maestro mi aiutava moltissimo a integrarmi tramite gli esercizi: diceva sempre, rivolto al gruppo: << Maria Giulia è una di noi, e voi siete amici suoi: non lasciatela mai sola>>. Nessuno me laveva mai detto. E diceva << Non importa se non diventerai mai una campionessa, né importano i gradi né la forza, importa che ti piaccia stare con noi.>>
Il karate era lunico momento in cui si poteva pensare al corpo non come a una prigione dellanima ma come allo strumento per ottenere il miglioramento della propria tecnica, e alla fonte di una forza che va lentamente riscoperta, curata e aumentata.
Quando mi fu insegnato il primo kata chiesi al mio maestro se mi ritenesse in grado di gareggiare con altri ragazzi disabili. Lui disse di sì, ma non esisteva una categoria di karate per disabili motori in nessuna Federazione.
Volevo confrontarmi con altri disabili, conoscerli, scambiare con loro tecniche e conoscenze, costruire insieme dei parametri di giudizio.
Per anni scrissi a Presidenti di Federazioni, riviste specializzate e siti internet chiedendo di aiutarmi a cercare altri karateka disabili e prendere in considerazione lipotesi di una categoria. In risposta ebbi, per anni, solo silenzio totale o false promesse. Penso che nessuno credesse alla mia storia.
Io intanto mi ero trasferita a Roma per lUniversità, e mi allenavo sotto il M° Fabio Ventura, che ebbe la geniale intuizione di farmi fare il corso per Presidente di Giuria (ASI), per permettermi di fare quanta più esperienza al di fuori della palestra, durante le gare. Arbitravo gare non agonistiche, ma certo fu per me unesperienza bellissima e anche educativa: non dovevo pensare a me come a una ragazzina, ma come a un arbitro, con tutta la responsabilità che la cravatta comportava.
Ebbi qualche problema allinizio del corso: il commissario responsabile, quando mi vide, mi disse di restare fuori dal tatami e non mi fece neanche provare la gestualità di gara, finchè il mio maestro lo convinse a farmi salire sul tappeto. Anche lì il commissario, quando faceva le domande, non si rivolgeva direttamente a me, ma al mio maestro, che rispondeva: <
Un paio danni dopo a Fabio Ventura subentrò lallenatore Emiliano Mazzoli, laureando allo IUSM, che per la prima volta cercò di affrontare in maniera scientifica la mia situazione.
Usando le sue conoscenze Emiliano riuscì ad adattare ancor di più il riscaldamento, lo stretching e la tecnica, tanto da consentirmi di portare allesame di cintura blu il kata Seienchin (adattato) particolarmente difficile. Su questo nostro lavoro Emiliano presentò infine la sua ottima tesi di laurea: fu una vittoria per entrambi.
Poi Emiliano si trasferì, e io dovetti cambiare palestra e maestro. Ebbi serie vicissitudini per trovare qualcuno che mi accettasse: ricordo falsi maestri che sinventavano lì per lì leggi secondo le quali non si può allenare un disabile, chiamavano stupidi i miei maestri perché mi avevano allenato, e mi mandavano via. Purtroppo pochi hanno la sensibilità per ascoltare chi ha esigenze diverse. (mi è capitato, ad esempio, di avere seri problemi durante alcuni stages a causa di alcuni maestri che ignoravano totalmente le mie difficoltà).
Entrai poi in contatto col M°Vitaliano Morandi. Al nostro primo incontro egli mi chiese con umiltà impressionante:<
Da tre anni sono allieva di Vitaliano Morandi, sotto il quale ho avuto modo di fare altra esperienza, migliorare il combattimento, le tecniche a mano aperta e semiaperta, e ho cominciato a studiare un po luso del bastone, che considero di grande aiuto per la coordinazione (oltre che molto divertente).
Due anni fa incontrai il M° Fulvio Lorenzetti, gli raccontai la mia storia e gli esposi la mia idea di una categoria di karate per disabili. Fu lunico in sei anni che, invece di ridere o stroncarmi subito, mi ascoltò e ne discusse con me. Lanno scorso mi invitò allItaly Batoku Sai 2003 a Macerata per dare la mia prima vera dimostrazione di kata, bunkai e kumite.
Il M° Lorenzetti mi ha così permesso di mostrare coi fatti la veridicità delle mie affermazioni: il tatami può essere, per un disabile motorio, una sconfinata prateria nella quale affinare le proprie capacità motorie senza bisogno di ausili.
Alla dimostrazione eseguivo un kata, ideato dal M° Morandi per permettermi di sfruttare le mie residue capacità motorie. Il Maestro ha voluto battezzarlo Tora no kata, "kata della tigre".
Dobbiamo qui pensare a una tigre ferita, ma solo apparentemente indifesa, perchè può ancora combattere con le armi che le restano. Sarebbe stato più difficile far comprendere un kata di stile, se applicato in ginocchio, privo di determinata postura.
Questo kata è stato studiato a lungo, e ha subito molte modifiche per divenire più adattabile e dinamico. E solo un esempio di come si possa adattare la tecnica all'allievo disabile: racchiude varie tecniche (prese, parate, attacchi di pugno e mano aperta), rese fluide da brevi spostamenti in ginocchio e rotolamenti in schivata o in combinazione con l'attacco.
Le tecniche possono esser comunque modificate o ampliate secondo le possibilità dell'allievo, della sua patologia ed esperienza. Rappresenta un compromesso tra la disabilità e la tecnica in sè.
Al kata ha fatto seguito l'applicazione delle tecniche, e un breve e intenso "combattimento libero" basato solo su velocità e coordinazione, a contatto lievissimo, col mio "compagno esecutore", che nei suoi attacchi (di pugno, calcio o presa), alternava sia la posizione inginocchiata sia in piedi, e io di conseguenza adattavo il contrattacco o la schivata.
CONCLUSIONI
Nel karate possono essere adattati tantissimi esercizi e tecniche, che danno risultati notevoli nel recupero e nell'ottimizzazione di tali capacità. Non solo, ma praticando accanto a persone "normali", si favorirà l'integrazione in un gruppo, lo scambio, l'esperienza.
Non sempre vi sono veri Maestri che accettano di confrontarsi con una realtà diversa dalla loro, di cambiare prospettiva e pensare una tecnica a mezzo metro d'altezza e quasi senza spostamenti.
Non posso qui spiegare quanto possa essere bello imparare finalmente a fidarsi del proprio corpo, a migliorarlo, a sentire la sua forza, la coordinazione, la sicurezza che aumenta. Non riesco a spiegare la serenità che si prova sapendo che sul tatami nessuno ti penserà come diverso ma come parte di un gruppo.
Vorrei che altri disabili tentassero questa strada, per quanto impervia.
E' mio dovere dirlo: quasi nessuna palestra è attrezzata per disabili, non esistono categorie sportive nè istruttori specializzati, ma nessuna legge vieta al disabile di allenarsi nè proibisce ai Maestri di accoglierlo.
Per insegnare karate a un disabile non cè bisogno di chissà quante lauree o gradi.
Bisogna avere piuttosto lumiltà per cercare di capire un allievo con diverse esigenze e una vera volontà di favorirne lintegrazione nel gruppo.
L'allievo disabile potrebbe trovare nel karate un eccellente mezzo d'integrazione e d'espressione, e un ambiente in cui conoscere la propria forza e imparare a usarla.
Sogno di vedere, un giorno, una categoria di karate per disabili motori.
Maria Giulia Cotini
(articolo pubblicato sulla rivista Samurai - marzo '05)